HANDBOUND AT THE

UNIVERSITY OF

GIORNALE STORICO

LETTERATURA ITALIANA

VOLUME XXXIX.

(lo semestre 1902).

Hi

GIORNALE STORICO

DELLA

LEnERATUEA ITALIAM

DIRETTO E REDATTO

FRANCESCO NQVATI E RODOLFO RENIER

VOLUME XXXIX.

Casa £]d.itrìoe

ERMANNO LOESCHER 1902.

PROPRIETÀ LETTERARIA

Torino Vtxoiirzo Bona . Tip. di S. M. e de* BR. Principi.

NOTIZIE SULLA VITA E SUGLI SCRITTI

DI

EUHIALO MOEANI DA ASCOLI

CENNI BIOGRAFICI.

Premetto che io non pretendo di scrivere una completa biografia di Eurialo d'Ascoli. Non me lo consentono le notizie saltuarie, e spesso incerte, che sono fornite da coloro che finora se ne occu- parono, né gli accenni, anche più scarsi, che si possono trovare qua e in lettere o scritti di contemporanei. Non esiste nulla di lui neppure in Ascoli, suo luogo di nascita ; e le ricerche da me fatte nell'Archivio Comunale potrebbero dirsi completamente negative, se non fosse per due testimonianze risguardanti l'am- basceria di Eurialo e la sua elezione ad anziano. In ogni modo mi sia permesso di aggiungere qualche cosa al già detto, e di mettere un po' d'ordine in quello che finora fu confusamente o inesattamente affermato.

L'anno in cui nacque Eurialo non si sa: ma non andremo troppo lungi dal vero, cercando di determinarlo approssimativa- mente. Ci serve di guida il fatto che la prima sua opera a stampa porta la data del 1516, e che, in quell'epoca, egli doveva essere ancora molto giovine. D'altro canto la sua vita, nonostante ogni

Giornalt storico, XXXIX, fase. 115. 1

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contraria asserzione, si prolungò certamente oltre la metà del secolo XVI; sicché par quasi certo che dovesse nascere un po' prima della fine del secolo XV. La famiglia, a cui apparteneva, se si deve credere a Francesco Antonio Marcucci, autore del Saggio delle Cose Ascolane, costituiva uno dei rami della fa- miglia Quiderocchi o della Rocca, suddivisa in Morani, Conti, Jannotti e Musciarella (1). Del resto, la cosa ci è confermata in- direttamente dall'Andreantonelli, dove dice che, a tempo suo, un libro con alcuni emblemi delineati di mano d'Eurialo si tro- vava appunto penes Titum, Guidarocchium patricium ascula- num. I Morani, che erano il ramo a cui il poeta apparteneva, furono nobile famiglia, illustrata in patria da importanti perso- naggi ; fra i quali l'Andreantonelli ricorda un fratello dello stesso Burlalo, Ippolito, summae apud Asculanos auctoritatis vir et princeps in RepuUica. Ma già a quel tempo le cose della fa- miglia dovevano volgere al peggio, poiché Burlalo lamenta spesso le sue non floride condizioni; e, quando l'Andreantonelli scriveva, dovevano essere precipitate proprio in basso loco: a^ nwnc gwae superest soboles, ad extremam redacta calamitatem, iacet (2). Aurelio Morani fu dunque il nome di nascita del Nostro: l'altro, Burlalo d'Ascoli, che in parte non è se non l'anagramma del primo, fu il nome sotto il quale comparve nella repubblica let- teraria. B vi comparve assai presto. Doveva essere infatti piut- tosto giovine, quando nel 1516 uscirono in Siena i suoi due libri di Epigrammi latini. Chi lo presentava e lo raccomandava al pubblico era Claudio Tolomei, giovine egli pure appena venti- quattrenne (n. 1492) ; e le sue parole in lode di Burlalo suonano appunto quali poteva dettarle l'affetto e l'ammirazione per un coetaneo. Beco dunque Burlalo a Siena; giacché la stampa del libro in questa città e una parte del suo contenuto non ci per-

(1) Saggio delle Cose Ascolane, Teramo, 1766, pp. 379-380. Che l'autore di questo Saggio sia il Marcucci, abate ascolano, si desume dal paragrafo li, 33.

(2) Sebastiani Andreantonelli canonici asculani et protonot. apostolici historiae asculanae libri IV, Patavii, 1673.

NOTIZIE DI BORIALO MORANI DA ASCOLI 3

meltono di revocare in dubbio che il nostro scrittore vi soggior- nasse piuttosto a lungo. Egli conosce molte donne senesi, ne ce- lebra la bellezza, scrivo versi per loro: conosce, oltre al Toloraei, il Vannozzi, il Piccolomini, il Sozino, e altri personaggi di quel paese: chiede per Siena la protezione di Leone X: insomma di- mostra chiaramente di aver preso parte per qualche tempo alla vita di quella città, e di essere entrato, ben accolto, nel circolo dei suoi letterati. Come e perchè capitasse a Siena non sappiamo; e non si sa neppure quando lasciasse questo soggiorno. Certo vi si trovava ancora nel settembre del 1517, perchè, stampandosi in quell'epoca il Segreto del Petrarca tradotto da Francesco Orlan- dino senese, Eurialo scrisse per l'occasione un epigramma, che si trova appunto premesso a detta traduzione col suo nome, co- gnome e patria (1). L'epigramma è il seguente:

EURIALI MORANI ASCULANI.

Ardebam auricomi sentire Gracula Phoebi

Atque medusei sumere fontis aquam: Visere oliviferae et chrystallina scura Minervae,

Quae lovis a magno vertice nata dea est: Atque novera sacras Parnasi cernere Musas,

Quae sunt indoctis turba relieta viris; Atque poli cantus ardebam audire canoros

Quae vox auriculis non capienda meis. Desino: Petrarcae conserta volumine nam sunt

Sortes, unda, aegis, culmina, musa, sonus.

L'ammirazione del secolo proclamava il Petrarca ingegno so- vrano, ed Eurialo, come si vede, non se ne stava. Anche la sua valentia di disegnatore mise a servizio del culto comune, e di sua mano abbellì con alcuni emblemi un codice del canzoniere del Petrarca, che era poi quello stesso conservato come prezio-

(1) Vedi: El Secreto di Messer Francesco Petrarca in prosa vulgare, impresso in Siena per Simeone di Niccolò stampatore, a 17 di Sep- tembre 1517.

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sita domestica in casa Quiderocchi, al tempo dell'Andreanto- nelli (1).

A Siena dunque il Morani erasi stretto in rapporto con gli ingegni più eletti della città. Lo ritroviamo poi a Roma, in una compagnia più spensierata forse, ma non meno illustre. Nel 1524, dopo la peste che aveva mietuto tanta strage, e riempito gli animi di desolazione, una lieta brigata d'artisti, scampati mira- colosamente al malanno, soleva riunirsi di quando in quando per darsi bel tempo. Ne facevano parte, a tacer d'altri, il famoso pittore Giulio Romano e Benvenuto Gellini, che ce ne la no- tizia. Con loro era pure il nostro ascolano, il quale metteva a disposizione della compagnia le sue maravigliose doti d'improv- visatore. La lode non è mia, ma del Gellini stesso, il quale, a proposito di una cena offerta dalla gioconda brigata ad alcune donne: « Appresso alla musica scrive un certo Aurelio Asco- « lano, che maravigliosamente diceva allo improvviso, comincia- « tosi a lodar le donne con divine e belle parole, in mentre che « costui cantava etc. ». Quello che accadde « mentre che costui « cantava » possono vederlo da se i miei lettori , scorrendo la festevolissima pagina del Gellini (2).

Quanto si trattenne a Roma il Morani? Non siamo in grado di dirlo. Dall'avvenimento or ora accennato fino alla sua elezione ad Anziano in patria, non ci soccorrono sul conto suo altre no- tizie ; salvo quella di una canzone da lui composta In morte delV Ariosto {i^^'ò), la quale, secondo il Gantalamessa, si trove- rebbe aggiunta a una ristampa della Vita disperata, Venezia, Dindoni, 1542 (3). Io parlo però sulla fede di lui, perchè finora non ebbi occasione di vederla.

(1) Cfr. anche il già citato Saggio delle Cose Ascolane, loc. cit.

(2) Autobiografia, I, 29. Non c'è dubbio che l'identificazione dell'Au- relio Ascolano col nostro Borialo, congetturata per primo dal Carfani, Yita e opere del Cellini, Collezione di scrittori italiani, Milano, 1806-1811, ri- sponda a un'ipotesi molto fondata. Perciò l'abbiamo accettata senz'altro.

(3) G. Cantalamessa Carboni, Memorie intorno i letterati e gli artisti della città di Ascoli nel Piceno, Ascoli, L. Cardi, 1830.

NOTIZIE DI EURIALÒ MORANI DA ASCOLI 5

Fu nel 1536 che Ascoli, sua patria, chiamò il Morani alla ca- rica di Anziano. Del resto anche anteriormente egli doveva far parte del Consiglio della città, perchè nell'indice de' libri dei Consigli (Arch. Municip. di Ascoli) si dice esplicitamente che non poteva esservi Anziano all'infuori degli 800 consiglieri, al disotto dei trent'anni. Quest'ultimo particolare concorda anch'esso con la nostra ipotesi sulla nascita di Burlalo. Riproduciamo qui nel suo originale la notizia attestante l'elezione del Morani:

Die xxj Xbris 1536. Publico et Generali concilio civitatis eiusdem etc. in sala magna congregatis, et praesente Domino Alexandro Pallanterio au- ditore et locumtenenti Domini Sfortiae Gubernatoris etc. Ad laudem dii eiusque gloriosissimae Matris Virginis Mariae etc. ex cassetta consueta fue- runt extracti magnifici domini Antiani et alia infrascripta ofScia.

Jac(obus) Mauli \

Jac(obus) Pandulfl |

Jo: Franc(iscus) Marinibelli ( Magnifici Domini Antiani mensium

DoMiNus AuRELius MoRANUS ( Januaril et Februarii proximorum.

Hercules Persanctis I

Gabriel de Quattroculis '

In seguito a quest'elezione, il Morani coi suoi colleghi entrò in carica il gennaio 1537:

Kalendis Januariis 1537. Magnifici Domini Antiani, Gonsules et serva- tores mensium Januaril et Februarii 1537, servatis servandis in sala magna iuraverunt eorum officium in forma etc. (1).

Ma con tutta la sua qualità di « magni ficus dominus Antianus », Burlalo non doveva trovarsi in condizioni molto prospere. Ce io dimostra la Vita disperata, la quale, a giudicare dalla prefa- zione, rampolla da circostanze reali. Usci in luce la prima volta nel 1538, e fu il componimento che procurò all'autore il maggior plauso dei contemporanei, compensandolo delle asprezze della

(1) Arch. Municip. di Ascoli. Liber Reformationum (1535-1539). Sulla co- pertina si legge: D. Aurelius Moranus de Antianis a car. 62.

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fortuna con un più largo battesimo di gloria. Della fama goduta in questo momento dal Morani, può essere testimone una lettera del cavalier Rosso, nella quale l'autore, scrivendo del proprio matrimonio al cardinal Farnese, invitava umoristicamente tutti i migliori poeti a celebrarne le lodi (1). Fra questi è compreso pure il Morani: « Et il grande Aurelio Ausculano, in cima della «cupola fiorentina, a bocca aperta gridi le pompe, i fausti, la « beltà incomportabile d'ambidue i congiunti ». La lettera è da- tata da Fiorenza, a' 15 di gennaio 1539; e il passo che ne ab- biamo riportato serve, se non c'inganniamo, a congetturare che anche Burlalo, in quel momento, si trovasse all'ombra della cu- pola di Brunellesco. La cosa del resto sembra confermata dallo stesso Marcucci, dove, toccando succintamente delle vicende di Burlalo, accenna a una sua dimora anche in quella città : « Partito da Ascoli sulla verd'età, portossi in Roma, Napoli, Fi- « renze e Siena ».

Della Vita disperata si fecero negli anni successivi varie ri- stampe ; e il poeta stesso la incluse nuovamente fra le Stanze di vari soffietti, che pubblicò a Roma sul principio del 1539, con dedica al cardinale Farnese. Pochi mesi dopo, sempre a Roma, pubblicò pure le Stanze sopra il Laocoonte, la Venere e V Apollo, le tre splendide statue, oggi nel Vaticano, ch'eran tornate in luce ai suoi giorni.

Fu certamente in questo torno di tempo che il Morani godette come poeta del maggior favore, e si acquistò, in patria e fuori, una considerevole rinomanza. Nel 1541 Ascoli gli affidò un nuovo e più onorifico incarico, mandandolo ambasciatore al papa (2).

(1) Lettere facete e piacevoli, raccolte per M. Dionigi Atanagi, Voi. 1», Vinegia, 1601, p. 384.

(2) Abbiamo desuato questa indicazione dal Libretto ms. di notizie sto- riche estratte dallo Archivio del Municipio Ascolano dall'Abbate Gaetano cav. Frascarelli, per illustrare le memorie della sua patria (1854); libretto esistente nella Biblioteca Comunale di Ascoli. Dobbiamo però soggiungere, per amore di verità, che almeno nei Libri dei Consigli non ci venne fatto di trovare la conferma di simile incarico aflBdalo al Morani.

NOTIZIE DI EURIALO MORANI DA ASCOLI 7

Era allora sul soglio pontifìcio Paolo III; e tanto lui quanto Leone X, sappiamo, perchè ce lo attesta il Marcucci, che ebbero in molta stima questo nostro pgeta. Non molto dopo, altra am- bita distinzione ottenne il Morani da Carlo V: al quale, reduce dalla sfortunata impresa di Algeri, recitò un poema da lui com- posto su tale argomento, e n'ebbe in premio una collana d'oro (1). Suppongo che per questa recitazione il Morani attendesse la ve- nuta in Italia di Carlo V; e allora sarebbe facile stabilirne la data, perchè sebbene l'impresa di Algeri terminasse nel 1541, l'imperatore non venne in Italia che nel maggio 1543 (2). Ag- giungiamo subito che il poema di Eurialo, il quale, secondo il Marcucci, aveva per titolo: Le gesta di Carlo V nell'assedio di Algeri, deve probabilmente identificarsi con le « XXXIX stanze « indirizzate all'invittissimo Carlo V sempre Augusto », di cui parlano il citato Cantalamessa e il Nardini (3). Queste stanze, insieme ad altre LXXXIII « sopra la impresa dell'Aquila » furono vedute manoscritte in un bellissimo codice membranaceo in da Apostolo Zeno. Anzi, secondo quest'ultimo, il codice da lui visto sarebbe stato quello stesso presentato in persona dal poeta a Carlo V, la cui impresa col motto plus ultra e la cui aquila imperiale si vedevano disegnate sulla copertina, adorna di ra- beschi d'oro (4).

Anteriore alla recitazione del poema sull'impresa d'Algeri (se, come ci parve di congetturare, questa recitazione avvenne nel

(1) Fonte di questa notizia, a detta del Grescimbeni, sarebbe il p. Paolo Antonio Appiani delia Compagnia di Gesù, autore di un Ateneo Ascolano, rimasto inedito dopo la sua morte. Penso sia tutt'una cosa con quella Storia de' Letterati Ascolani, di cui il Marcucci dice che fu lasciata incompiuta dall'autore (f 1706).

(2) Erra il Tassi {Note ali" Autobiografia del Cellini, Firenze, G. Piatti, 1829) confondendo la vittoria (!) di Algeri (1541) con l'impresa antecedente di Tunisi (1535).

(3) E. Nardini, De' versi di Eurialo Morani, in Progresso, gazzetta della provincia di Ascoli, anno 1882, numeri 31, 33-36.

(4) A. Zeno, Memorie mss. de" poeti italiani, t. 1, a e. 230. La notizia rimonta al Mazzuchelli, presso cui trovavansi queste Memorie. Gfr. Gli scrit- tori d'Italia, Brescia, 1753, voi 1, P. II, pp, 1157 sgg.

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1543), è un' altra ambasceria del Morani , affidatagli anch'essa dal Consiglio della sua città. Questa volta fu mandato a Napoli per trattarvi un affare di restitqzione territoriale (la restituzione di Colonnella); e pare che anche colà venisse singolarmente onorato, non solo in vista dell'alto ufficio che ricopriva, ma anche della fama che lo precedeva. Ecco pertanto, nel latino buro- cratico e alquanto grosso dei Libri de' Consigli l'attestazione della sua nomina ad ambasciatore {praior):

Die XX Aprilis 1542. Concilio Gentum et Pacis etc. in sala et praesente Magnifico Domino Alexandre Pallanterio Gubernatore L(itte)rae Alfontii Giuccii oratoria in urbe prò rebus salis, Porculae causis Nereti et Golu-

mellae

Super quibus omnibus, Doniinus Jo: Yincentius Alvitretus unus de numero dixit et consuluit: super prima, quod comittantur Domino Aurelio Morano omnia negocia civitatis prò Golumella et aliis privilegiis : qui eligatur Orator civitatis, et Givitas suppleat usque in centum scutis, m* 40 auri, vel modo vel ad tempus, uti videbitur dominis Antianìs et civibus vocandis cura omni auctoritate praesentis Goncilii inveniendi denarium; et cura venerit effectus, ofiferatur remuneratio: quod fuit obtentum per fabas del sii settuaginta tres, non obstantia aliqua del non in contrarium (1).

Dopo l'ambasceria di Napoli, gli scrittori ascolani che parla- rono di Eurialo non ci sanno fornire altre notizie sul conto suo; anzi ritengono per certo che morisse in questo stesso anno 1542, in un viaggio da lui intrapreso per mare. Scrive, per esempio, il Marcucci: «Tornato dunque Eurialo dalla sua ambasceria di « Napoli, partir volle nell'anno stesso 1542 per Inghilterra, da « dove era continuamente invitato da que' letterati. Sdegnatosi « contro di lui il mare, lo fermò nell'infelice viaggio, e quelle « glorie che acquistate si avea in terra, glie le fé' seppellir tra « le acque » (2). La notizia è falsa , almeno per quello che ri- guarda la morte. E non mi maraviglierebbe che fosse tale anche

(1) Arch. Gom. d'Ascoli. Liber Reformationum (1540-1543) a e. 117-118.

(2) Op. cit., p. 380.

NOTIZIE DI BORIALO MORANI DA ASCOLI 9

nella parte che riguarda il viaggio: tanto più che, come abbiamo detto, non è fuor di luogo supporre che Burlalo fosse in Italia, quando vi giunse Carlo V nel maggio 1543. Ad ogni modo, in Italia 0 altrove, egli era ancora ben vivo in quest'epoca e una decina d'anni più tardi. Ne abbiamo delle prove che non per- mettono il dubbio.

Non metterò fra queste una lettera dell'Aretino al Goriolano, nella chiusa della quale si legge: « Intanto basciatemi Aurialo « d'Ascoli nostro fratello, e giocondo spirito della piacevolezza » (1). Questa lettera è datata di « Vinetia il 24 di luglio 1542 », e non basterebbe di per se stessa a escludere il supposto viaggio la supposta morte dentro i limiti di quell'anno. Ma dall'Are- tino stesso, che fu grande amico di Burlalo, ci viene un' altra incontrastabile testimonianza.

Nei Temali da lui composti « in gloria della reina di Francia » (2), dove esorta i più eletti ingegni del suo tempo a celebrare in rima le lodi di Caterina, si leggono fra gli altri questi versi, al- l'indirizzo del Morani :

Il possente tuo plettro, Aurialo Orfeo, Dedica all'alta donna, poicli'aggiugni Con esso i merti d'ogni semideo.

jf In che epoca furono scritti i Ternani Lo dice questa lettera che li precede e li accompagna: «Alla Reina di Francia - Nel « saper tutta quanta Italia che in laude della Maestà Vostra ho * fatto il presente capitolo; stassi dalle nobili genti aspettando « qual sia maggior in la liberalità, o il dono che fa la mia virtù « a i suo' merti, o vero il premio che la di Lei grandezza porge « alla mia penuria. Intanto Le bascio la mano sacra humilissi- « mamente con l'animo. Di Novembre, in Venetia MDL ». Se ne deduce dunque con tutta certezza che nel 1550, quando l'Aretino

(1) Pietro Aretino, Lettere, Parigi, Lemaitre, 1609, voi. II, pp. 299-300.

(2) Inseriti nel volume delle sue Lettere, a p. 22 (edizione citata).

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scriveva i Tremali e li inviava a Caterina di Francia, Eurialo non solo non era morto, ma teneva ancora onorevolmente il suo posto nell'arringo poetico.

Lo stesso si ricava da un' altra lettera dell'Aretino al Principe di Piemonte, scritta, questa qui, circa due anni più tardi : « di Marzo, in Venetia, MDLII » (1). La riportiamo nella parte che c'interessa (sebbene si tratti di un brano piuttosto lungo), perchè, nella penuria di notizie intorno a Eurialo, giova poterne ritrarre un altro dato per la sua biografia : « Parrà forse alla invidia, « ch'io babbi concluso di donarmevi, qual mi vi dono, con ispe- « ranza, che in usarmi liberalitade habbiate a imitare non pur « il sacrosanto Ferdinando et Carlo con l'altezza di Philippe et « della beata Imperatrice ancora; ma più meno ogni altro « gran maestro del mondo. Potria esser eh' ella mi lassasse in «tal cosa per non sapere che infiniti, et continui si veggono i « benefitii, che dal degno Emanuello ho ricevuti e ricevo, il che «testimonia Eurialo; conciosia che l'huomo, nella vita, ne « i costumi et nelle voluntadi honestissimo, è me stesso di sorta, « che io stovvi appresso, egli standoci, e l'Aretino corteggiavi, «l'Ascolano corteggiandovi; avvegnaché l'amore, il quale « congiunto con la virtù, fa di duo corpi uno, et di uno due, « vuole che la mia anima sua sia, et la sua mia. Per il che in « me ridonda lo accrescimento , che in lui {vostra mercede) « risulta, etc. ». Questa lettera dunque, mentre ci conferma l'affetto veramente grande nutrito dall'Aretino per Eurialo, ci permette in più di affermare che l'Ascolano nel marzo 1552 si trovava presso il principe di Piemonte, e (come altri letterati in altre corti) otteneva da lui protezione e favore. Era ormai lontano, e forse ben diverso, il tempo in cui il poeta, inasprito da un periodo di avversità e di miseria, scriveva la Vita dispe- rata, e nell'atto di pubblicarla si mostrava quasi sdegnoso d'in- titolarla ad altri che a medesimo.

(1) Lettere, voi. 6°, edizione cit., p. 75.

NOTIZIE DI EDRIALO MORANI DA ASCOLI 11

Un ultimo documento, dove si fa menzione di Eurialo, è la lettera di Annibal Caro « a la signora Caterina Balletta a Bru- « selle », in data 23 giugno 1553 (1) : « Io non so già scriveva da « Roma il Caro quanto voi vi ricordiate di me ; ma voglio cre- « dere, ch'essendo quella amorevole, et generosa donna che siete, «non ve ne siate in tutto dimenticata. M. Aurelio d'Ascoli « m'ha detto gli affanni vostri, dei quali vi potete ima- « ginar voi medesima quanto mi sono doluto ».

Nell'anno seguente usciva in Roma, pei tipi di Antonio Biado, un altro componimento di Eurialo « sopra il valoroso et leggiadro « cavalcare in caccia di Madama Margherita d'Austria ». E dalla lettera di dedica, indirizzata alla signora Ersilia Cortesi de'Monti, par si ricavi che queste stanze, sebbene composte già per l'in- nanzi, uscivano allora in luce la prima volta, vivente ancora l'autore. Bisogna dunque concludere che la biografia del Morani va continuata almeno fino al 1554, nonostante l'asserzione ^i co- loro che lo facevano morto di naufragio quattordici anni prima (2).

Quando, come e dove morisse il Morani, potranno dircelo forse altre ricerche, ma per ora non lo sappiamo. Dobbiamo perciò contentarci di chiudere questi cenni biografici , riportando alcuni giudizi che furono dati di lui, ancora vivente. Questi giudizi, insieme a ciò che già abbiamo detto, e alle altre lodi che sul conto suo abbiamo avuto occasione di sentire, ci daranno un' idea del concetto altissimo, in cui fu tenuto dai contemporanei.

Ecco, per esempio, due distici in cui le Muse stesse, pregate da un suo ammiratore, dichiarano che Eurialo è il poeta più universalmente gradito e gli concedono di vivere sino alla più tarda vecchiaia:

(1) De le lettere familiari del Comm. Annibal Caro, libro secondo, Ve- netia, appresso Paulo Ugolino, 1603, p. 25.

(2) Deesi aggiungere, in nome della verità, che già il Cantalamessa, a pro- posito deUa lettera del Caro ora ricordata, aveva revocato in dubbio la no- tizia di questa morte. Lo faceva per altro in forma troppo ipotetica, quasi dubitando che fosse vendica la data della medesima lettera, e che l'Aurelio d'Ascoli, menzionato dal Caro, fosse proprio il nostro poeta. Ma le altre

12 É. DEBENEDETTI

Dicite, Pegasides, quis vates omnibus inter

Mortales vivit gratior? Eurialus. lam date Nestoreos iste pertingat ad annos,

Vos celebrare queat Carmine saepe. Damus (1).

Eccone un altro di Francesco Arsilli da Sinigaglia, nell'elegia De Poetis UrMnis ad Paulum Jovium libellus (2), dove si af- ferma che Calliope allattò con la destra mammella Eurialo, con la sinistra Orfeo:

Calliope buie dextram tribuit dea sponte papillam, Threicio vati mamma sinistra data est.

Più oltre ancora si spinse il Vannozzi, che ebbe il coraggio di chiamarlo in greco la « decima Musa »:

ETvai (paai Tiveq òioeibet? èvvéa MoOaac; Veùbovrai- beKàxri GéoKeXoc; EùpiaXo^ (3).

Fermiamoci qui ; e affrettiamoci a soggiungere che il tempo ha fatto giustizia di queste lodi iperboliche, e che il nome di Eurialo non può oggimai rievocarsi che per curiosità letteraria.

II.

GLI EPIGRAMMI.

I due libri degli Epigrammi latini segnano, come già si è detto, l'inizio della carriera poetica del Morani. Li ricordano, fra gli altri, gli scrittori ascolani già citati : l'Andreantonelli, il Mar-

testimonianze dell'Aretino, delle quali il Gantalamessa non seppe o non volle valersi, escludono e risolvono ogni incertezza.

(1) L'epigramma è riportato dali'Andreantonelli con queste parole: « Adest « etiam Visiti Mauritii, a Monte Florum (oggi Montagna dei Fiori, presso Ascoli) Poetae dialogus ad Musas, in laudem Euriali respondentes ».

(2) Riportata dal Tiraboschi, Storia della lett. italiana, Venezia, 1796, t. VII, P. IV, p. 1589.

(3) Nei distici che chiudono il libro degli Epigrammi di Eurialo: Elq pipXov ToO EùpidXou Bap6oXo|LiatO(; toO BavvoYiou.

NOTIZIE DI BORIALO MORANI DA ASCOLI 13

cucci, il Gantalaraessa Carboni, il Nardini; ma nessuno di questi, eccezion fatta per l'Andreantonelli, ebbe forse mai occasione di vederli. A me fu dato consultarne una copia alla Vittorio Ema- nuele di Roma (69, 4. B. 85); e, per la sua rarità, penso non sia sgradito ai lettori di averne qualche cenno bibliografico.

Sul frontespizio si legge il nome dell'autore e l'indicazione del- l'opera: Euriali Morani Asculani Epigrammatum libri duo. Segue la lettera, con la quale il Tolomei presenta e raccomanda il poeta: A. Claudius Plolemaeus studioso lectori salutem. Quindi vengono i due libri degli Epigrammi, cominciando dai distici, che servono di dedica a Francesco Sozino; e come con- clusione, è posto in fondo all'opera un epigramma in greco: eì? pipXov ToO EìipidXou Bap6oXo|aaTo(; toO BavvoYÌou ; ossia quello stesso di cui abbiamo riportato or ora il primo distico. Segue l'errata corrige, e finalmente la sottoscrizione: Impresso in Siena per Semiotie de-Nicolo Cartolaio anno Domi-ni MDXVl die - li de Feraio. L' ultima pagina porta una xilografia sormontata da queste parole: Romae origo Senaeque insignia. E si vede un albero con sotto la lupa che allatta i due gemelli.

L'anno dunque, in cui videro la luce gli Epigrammi, è senza contestazione il 1516, sebbene il Saggio delle cose ascolane li attribuisca erroneamente al 1518. Dalla lettera di prefazione del Tolomei si rileva che il Morani s'indusse a pubblicarli per esor- tazione del Sozino. Merita che si riporti qualche passo di questa lettera per avere un' idea dell'opinione e delle speranze altissime che il Morani aveva fatto concepire di come scrittore epi- grammatico. « Gum graece latineque doctissimus varia scriptorum « genera legerit così scriveva il Tolomei di Eurialo maxime « tamen in scribendis epigrammatis oblectatus, tantum in eo gè- « nere floruit ut qua e ei ex nostris praeponam (absit dicto « iniuria) non videam. Hic ergo, ut in ceteris rebus ita in hoc « miti ingenio, rogatus a Francisco Sozino viro literarum aman- « tissimo, sua carmina in unum collegit, atque ita sub illius no- « mine ea invulganda curavit. Accipe igitur, lector studiose, opus « candidum, aureum, absolutum». Ma v'è di più. Il Vannozzi,

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come abbiamo visto, chiamava Eurialo la decima Musa, e in un altro distico lo inalzava agli stessi onori di Omero e di Vergilio; il Tolomei, non meno entusiasta, diceva che gli epigrammi del- l'ascolano gli sembravano addirittura piovuti dal cielo {coelitus (lemma). A ripensare che cosa rappresenta oggi nella patria letteratura il nome di Aurelio Morani, vissuto in un secolo che vide fiorire l'Ariosto, il Tasso, il Machiavelli e tanti altri minori di loro, ma pur sempre infinitamente più grandi di lui, vien fatto di sorridere sopra la caducità di taluni giudizi pronunziati dai contemporanei, e sopra il dileguarsi di certi entusiasmi mercè l'opera serena e imparziale del tempo. Con tutto ciò non si creda ch'io voglia togliere ogni valore agli epigrammi di Eurialo. Ve n'ha di quelli che mostrano realmente in chi li scrisse una felice disposizione a questo genere letterario. E, per dimostrarlo, ne porrò qualcheduno sotto gli occhi del lettore.

Il primo libro contiene (se non sbagliai il conto) 275 epigrammi: tutti componimenti brevi, per lo più dai due ai dieci versi, ra- ramente oltrepassanti questa misura. Il poeta vi tocca una quan- tità varia e disparatissima di argomenti, mostrando, se non altro, abilità e facilità nell'improvvisare su qualunque soggetto uno o più distici latini. Basti a persuadercene la trascrizione di alcuni titoli : Quod omnia sint frivola exceptis nummis (9) ; De quodam cane tacente in latrina decem dies (62) ; De mure interfecto a libro ab ipso comeso (73); De quadam, puella vendente rosas (123); De viro cadente ex ledo (145); De fele comedente suos testi' culos (162). E chi più ne ha più ne metta , che ci sarebbe da farne una raccolta curiosissima.

Però il tema preferito, data l'indole del componimento e la giovine età del poeta, è l'amore. Eurialo, per esempio, è inva- ghito di Fedra, e Fedra gli appare come Venere in persona (43) 0 come l'imagine stessa di Amore (134). Gli occhi di lei splen- dono di tali attrattive, che se Icaro e Fetonte avessero potuto mirarli, l'uno non avrebbe desiderato il cielo, l'altro i cavalli del Sole (133). I suoi baci hanno tale dolcezza, che valgono a ricondurre la pace fra gli dei bisticciatisi per causa sua (129).

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Vederla, è lo stesso che mangiare il loto e succhiarne l'oblio (125). In altri epigrammi il pensiero è più ardito o più strano. Ve n'ha uno in cui Fedra è assomigliata a un polipo (41), un altro in cui il poeta si confronta con un tordo (77), un terzo dove l'amante invidia la pulce, perchè tocca quello che a lui non è dato toc- care (40).

L'epigramma seguente è intitolato De Phaedra monocula, e come appare ricercato nel concetto, così sembra in contradizione con altri che precedono o seguono. Venere cerca Cupido, e lo ritrova ascoso in un occhio di Fedra; vuole trarlo di li, e intanto porta via anche il nitido occhio di lei :

45. Gum Venus aligerum quesisset diva puellum

In Phaedrae ardenti repperit hunc oculo. Quem Venus extrahere ardenti cum vellet ocello, Gum nato nitidum traxerat buie oculum.

In quest'altro il poeta spiega come mai dentro una gabbia di Fedra si scorgano rinchiusi un pavone e una colomba. Essi hanno lasciato i loro uffici presso Giunone e Venere per darsi a Fedra, che è più bella dell'una e dell'altra dea:

54. Ducebam aéreas Junonis pavo quatrigas:

Alba Gytheriacae plaustra columba deae. None studio Phaedrae nos ambae linquimus ambas, Gum sit Junone haec pulchrior et Venere.

E così, sempre sullo stesso tema della bellezza di Fedra, Furialo lamenta ch'essa vada al di di ogni descrizione:

31. Tela Jovi, Alcidi clavara, orbo Carmen Homero

Nemo potest toto subtrahere ingenio. -

Sic est icariis volitare per aera pennis Garminibus formam scribere, Phaedra, tuam.

Quattro cose gli antichi dichiararono insaziabili: il fuoco, il mare, l'inferno e la donna. Ebbene gli antichi si sono ingannati : queste cose son cinque, e bisogna includere nel loro numero anche il poeta, che non può saziarsi degli occhi di Fedra :

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32. Ignis et infernus, mulier mutabilis, aequor,

Quattuor haec penitus non satiata manent. Antiqui cecinere suis mendacia plectris: Non saturor radios, Phaedra, videre tuos.

Ma Fedra non è la sola donna, per cui Eurialo compone epi- grammi. Accanto a lei sorge la visione di altre donne, per esempio di Laura. Ma Laura muore; e allora il poeta le dedica vari epi- tafi, cadendo talvolta nel solito e freddissimo bisticcio di parola:

80. Quis iacet hoc tumulo? Laura, aurum, laurus et aura.

Quis plorat? Pluto, Phoebus et Hippotades.

Ciò non ostante, Eurialo si lusinga che Laura, quantunque morta, vivrà per i suoi versi ; e in un altro epitafio fa parlare Laura stessa in questo modo:

84. Quid fles marmoreum circum, pia turba, sepulcrum?

Mortua non sum, istis vivida carminibus.

Fervido invece e sensuale suona il verso in onore di Lesbia. 11 poeta vorrebbe essere zefiro, rosa, o giglio per potere ine- briarsi più dappresso del contatto della donna amata:

107. 0 utinam levis aura forem! tu nuda per aulam

Acciperes mammis flamina lacteolis. 0 utinam rosa rubra forem! ut me, Lesbya, toUens

Gestares niveis me dea pectoribus. Lilia et alba forem ! quae tu dum, Lesbya, carpes

Posses me membris plus saturare tuis.

In un poeta del cinquecento, e in una raccolta del genere di questa qui, non deve far maraviglia se il sacro è mescolato al profano. Chi vorrà storcere il labbro se dopo una serie di epi- grammi prò imagine Amoris e i?ro imagine Mercurii (15-23), se ne trova un'altra per le imagini di Cristo e di Maria? Ecco un distico prò imagine Christi una cum maire scalpti: loquitur Maria:

24. Pellite Judaeos templum nunc ense petentes.

Ne donent puero funera acerba meo.

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Talvolta il sacro è confuso col profano nello stesso componi- mento. E dalla combinazione dei due elementi nasce qualche cosa di originale e d'indovinato. Il poeta vede della gente, che va in processione a Santa Lucia, da cui ha ottenuto la grazia. Ebbene ammonisce Burlalo voi che portate i ceri a Santa Lucia, badato di non incontrarvi negli occhi scintillanti di Fedra: che forse indarno vi riuscirebbe la grazia ottenuta :

111. Caerea Lucillae quae fers, gens, lumina Sanctae Aceipe pectoribus verba tenenda tuis: Heu Phaedrae igniferis avertile lumina ocellis, Ne Thamiram aut Phineum vos iterum faciant.

Meglio sarebbe stato, a parer mio, se il concetto dell'ultimo verso il poeta l'avesse espresso diversamente, senza l'ingombro di quei due nomi mitologici, che agli umili pellegrini di S. Lucia non dovevano dire nulla di nulla. Ma Eurialo è un erudito, e un tan- tino della sua erudizione non può fare a meno di spargerla do- vunque. Egli ha famigliari il mondo e le imagini classiche, tratta con facilità ed eleganza la lingua latina, conosce e traduce dal greco. Per Omero poi ha un' ammirazione che si manifesta anche in forma visibile e materiale. Alessandro lo teneva rinchiuso in un'arca gemmata, ed egli lo rilega inoro: Homerus ligatus in folio auri ab Eurialo. Loquitur Homerus:

254. Me vir gemmata clausit Pellaeus in arca, Eurialus folio clausit in aureole. Sed tanto hoc aurum gemmata carius arca est Quanto Pellaeus grandior Eurialo est.

La sua conoscenza del greco ci è attestata anche dal fatto che molti epigrammi non sono che parafrasi o travestimenti da questa lingua. Vedemmo già quello di Lesbia, ed ora per tutti aggiun- giamo il seguente De Lacaena:

103. Aspiciens nudum fugientera praelia natum Spartana, et soliis vertere terga suis,

tìiornaU storico. XXXIX, fase. 115. 2

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Obvia vociferans, per viscera dirigit ensem

Atque super caesum mascula verba tulit : Degener ah Spartes, tenebras pete, vade sub umbras,

Postquam tu generis dedecus et patriae es.

Anche per gli epigrammi al principe della Cristianità Eurialo (né deve far maraviglia) ricorre ai mondo pagano e alle sue imagini. In uno, Pallade stessa è introdotta a parlare in lode di Leone X. In un altro, il poeta si serve del bisticcio per procla- mare Leone X più grande di Giove :

244. Juppiter altitonans unum ^ibi condidit orbem, Hic sex: ergo Jove est grandior iste Deo.

Dalle sei palle dello stemma mediceo trae argomento anche quest'altro bisticcio, peggiore del precedente:

243. Sunt tibi, summe Leo, orbes seni insignia. Senis Orbibus est igitur Sena fovenda tuis.

molto migliore è il seguente, sempre in lode di Leone, seb- bene all'Andreantonelli (beato lui !) piaccia chiamarlo ingeniosum utique:

247. 0 genus humanum, quid mirabilius hoc est,

Unus si salvum servai ovile Leo?

Mi fondo specialmente su questi tre distici, riportati dall'An- dreantonelli, per asserire che il Gantalamessa e il Nardini, seb- bene parlino degli Epigrammi di Eurialo, non ebbero occasione di vedere questa nostra raccolta. Il Gantalamessa allude ai distici già citati, ma con parole tali che fanno capire trattarsi di una notizia di seconda mano: «Io ho veduto alcuni versi latini di « questo nostro poeta in lode del papa Leone X ». Il Nardini poi, trovando siffatta notizia nel Gantalamessa, mostra di credervi poco: « Dove li ha visti? si domanda E manoscritti o stam- « pati? E perchè non li ha riportati nelle sue memorie per saggio « del verseggiare latino d'Eurialo, e più anche per impedirne la « fatale dispersione? ». Si vede che il Nardini, sebbene scrivesse

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in Ascoli, non conobbe o non ebbe cura di consultare l'Andrean- tonelli, alla qual fonte si riferiva senza dubbio il Gantalamessa, quando accennava a questi epigrammi.

Pochi sono nella presente raccolta i componimenti che hanno valore epigrammatico nel senso più moderno della parola. Met- tiamo nel numero quello « contro un ghiottone » (3. in quendam lurconem), l'epitafio del pederasta (67. epitaphium cuiusdain paedìconis), quello contro il poeta Pica (165. in quendam poétam qui vocabatur Pica et erat indutus nigris vestibus) e pochi altri. Ma anche questi sono piuttosto diretti a richiamare il sorriso che a pungere e ad aggredire seriamente. Ecco, per esempio, come Cicerone, per bocca di Burlalo, si vendica di un suo igno- rante lettore: In lectorem Ciceronem legenteni. Loquitur Cicero:

139. Marcus ad umbriferum misit me Antonius orcum: Duna legit hic me, inferno inferiora peto.

Se lo strale è debole, esagerata suona talvolta la lode, come negli epigrammi (e son diversi) a Claudio Tolomei. Ma non bisogna dimenticare che il Tolomei aveva proclamato Burlalo il principe degli scrittori epigrammatici, e che i letterati, quando non si stra- ziano a vicenda, hanno un debole mal dissimulato per il mutuo incensamento. Qual maraviglia, se volendo lodare un libro del- l'amico. Burlalo esalta quest'ultimo come un legislatore più grande di Licurgo? In lauderà libelli Claudii Ptolemei:

161. Si nova terribilis vidisset iura Lycurgus

Liquisset populis haec Lacedaemoniis.

Altri epigrammi si leggono in lode del Vannozzi, del Sozino e di altri. Col secondo specialmente dovette essere Burlalo in di- mestichezza, e ne vediamo il riflesso qua dentro. (137. De aure Francisci Sozini morbo inflata. 166. De Francisco Sozino non valente arachnem a fenestra eocpellere. 218. In laudem novi fontis Francisci Sozini. 264. De quodam cubiculo Fran- cisci Sozini non accipiente solem ncque ventum etc). Ma più degni di trascrizione ci sembrano i distici indirizzati al Landucci ;

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nei quali* se il pensiero non è nuovo, ed evidente è l'imitazione di altri modelli, piace tuttavia di sentir vibrare, con una certa gentilezza, la corda dell'amicizia. Eurialo è in campagna, e si rivolge in forma epistolare all'amico, descrivendogli come passa la vita e di quali occupazioni allieta gli ozi campestri. Conclude col dirgli che neppure i passatempi della campagna possono ren« derlo pienamente contento, se non sono rallegrati dalla presenza dell'amico :

217. Eurialus ruri existens Andreae Landucio s. d.

Sum liber Euriali montana missus ab arce

Andreae ut referam parvula verba meo. Nunc'agit Eurialus per summa cacumina capras:

Si pluit, ille 8U08 ducit ad antra pedes. Nunc tauros ducit stimulis ad aratra ferqces:

Si sol est in agris, in nemus ire parat. Nunc sua fallaces compescunt raetia vulpes,

E!t lassus flores carpii odoriferos. Nunc sequitur canibus per saxa norrentia cervos,

Nunc petit et placidi murmura fonticuli. Nunc ruit in saevos magnis hastilibus apros: Post petit et captis florida prata feris. Nunc videt ardentes taurorum in amore iuvencas:

Vespere sed parvas it veniente casas. Talia non illi siné te solatia praebent;

Nec dant Eurialo gaudia summa tuo Capra, antrum, tauri, silvae, vulpecula, flores,

Cervi, murmur, apri, prata, iuvenca, casae.

Meno variato e meno interessante è il libro secondo. Precede anche in questo la dedica a Francesco Sozino, ma gli epigrammi che seguono sono tutti in lode di qualche donna. Ricompaiono cosi i nomi di Fedra, di Laura, di Galidonia, già incontrati nel primo libro. Ma qui la lista è molto più lunga, poiché venti o ventidue sono le donne celebrate in un modo o nell'altro dal poeta. Chiudono il libro dieci distici, nei quali Eurialo, quasi a 190* di ricapitolazione, parla in generale del potere e della bellezza

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di tutte queste fanciulle: quaepotentia sit pulchritudinis Ularum puellarum.

Non fanno parte della nostra raccolta gli epigrammi riportati dal Nardini negli articoli pubblicati su : Il Progresso (Gazzetta di Ascoli, 1882). Sono otto o nove in tutto, desunti dal tomo I dei Carmina illustrium poètarum italorum (Firenze, 1719) é dagli Epigrammata et Poèmatia velerà etc. (Lugduni apud Jacobum Ghovét, 1596). Ma per uno di essi già il Nardini ebbe modo di accertarsi che veniva falsamente attribuito al poeta ascolano.

È pure a nostra cognizione che altri epigrammi latini di questo autore sono inseriti a p. 159 di un'altra Raccolta esistente alla Gasanatense (D. Pithaei, Paris, 1590). Ma per ora non sapremmo dire se facciano parte oppure sieno diversi da quelli già pubbli- cati nel 1516. Del resto efedo che sia sufficiente il già detto per fornire un saggio del verseggiare latino di Burlalo, e per daf modo al lettore di pronunziare da stesso un giudizio.

III.

Le poesie volgari.

Volendo dare un rapido cenno delle poesie volgari di Eurialo, cominceremo dalla Vita disperata, non solo perchè precede cro- nologicamente le altre di cui dovremo discorrere, ma anche perchè fu la più conosciuta ai suoi giorni, ed ebbe maggior nu- mero di ristampe.

Sulla scorta di C. Lezzi (1), già il Nardini scriveva che la Vita disperata era venuta in luce per la prima volta nel 1538, e che una copia di quest'edizione, rarissima, era posseduta dal conte G. Manzoni di Lugo. La notizia è esatta ; ed io, per conto mio, posso aggiungere che uh altro esemplare si trova alla Vit-

{{) Ved. Bibliofilo, an. Ili (1882), p. 136.

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torio Emanuele di Roma, dove ebbi modo di consultarla (69. 4, p. 77). La data è tale: Roma -per Valerio Dorico et Luigi fra- telli Bresciani- MDXXXVIII. Il volumetto in contiene sol- tanto le 65 stanze della Vita disperata, e porta da principio una « Prefazione » che trascrivo per intero, sia come saggio della prosa di Eurialo, sia come indizio del suo stato d'animo, al mo- mento in cui pubblicò questo componimento:

« Io m'era dato a pensare (poiché la povertà mia nata dall'a- « varitia dei ricchi, disperato et pazzo a un medesimo tempo mi « dovea fare, essendomi venuto il capriccio di pubblicare quello « che, forse et senza forse, m'era molto meglio, a mio potere, di « nascondere, et sepellire meco istesso nel fondo delle miserie) « che sarebbe minor miale stato, di haver ciò fatto, sotto il nome « di qualche principe, o Signore, al quale io havessi la predica «t delle mie angoscio indirizzata, secondo il general costume di « tutti coloro, li quali, non volendo per aventura esser più savi « di quel che io mi sia, se bene eglino son però (mercè della « buona sorte loro) di gran lunga più aventurosi, ogni lor scioc- « chezza dandosi ad istampare, vogliono chi a un gran Maestro, « chi a un altro, intitolarla, perchè da i morsi della invidia la- « cerata non sia ; et tanto inanzi era io andato in questo mio « pensiero, senza più oltre considerare, che di già con esso dis- « segnato haveva la speranza della mia disperata vita. Ma essendo « io per dar foco alla boccia, et nominarla, mi corse all'animo, « che troppo a quella si disdiceva un' opera si fatta, essendo ella, « et per gli agi, et per la morbidezza della Fortuna, et per altri « anchora più degni rispetti, da cotali miei humori melanconici « tutta lontana, et veramente degna di più felici auguri. Perchè « dopo molto haver ripensato quello, che in ciò far potessi, non < ritrovando ninno, signore, gentil huomo, plebeo (come « che molti in ogni stato, d'afflitti et malcontenti ve n'habbia) che la « sciaura mia si naturalmente rappresentasse che io stesso mi « faccia, volli a me stesso ultimamente dedicarla. Cosi adunque «sotto il nome d'Eurialo, et all'ombra d'Eurialo, esce bora la •« disperata Vita d'Eurialo, secura di sapersi, con più viva forza,

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« dalla invidia et dalla